A TUTTI GLI AVVOCATI: L’investigatore privato autorizzato e il segreto professionale
Pubblicazione del 24/07/2007
Cari Lettori ma soprattutto Cari Avvocati,

sovente mi imbatto in discussioni sul ruolo, la liceità e quindi l'utilità in fase di giudizio delle "prove" raccolte dall'investigatore privato in sede Civile e Penale. Sono veramente esausto nel dover ripetere:

- non esiste una normativa completa in merito (soprattutto per il Civile),
- se siamo autorizzati dalla Prefettura siamo anche autorizzati a raccogliere le prove per presentarle in fase di giudizio,
- l'incarico viene dato ad un investigatore privato quindi non è paragonabile ad un "testimone" e pertanto la citazione per la "testimonianza" deve essere inviata al titolare di licenza e non a tutti i collaboratori che hanno partecipato alle indagini
- e via dicendo.

Sono state emanate molte circolari dal Ministero dell'Interno e molte sentenze dalla Cassazione (spesso in contraddizione tra loro), ed una specifica normativa nel C.P.P. (indagini difensive 7 Dicembre 2000) che regolano questa materia. Nella confusione ho trovato un interpretazione riassuntiva della Dott.ssa Salvadori di cui riporto un estratto. Tratta delle indagini difensive ma ci sono riferimenti anche all'art. 134 del TULPS per le indagini civili.

In fondo troverete il link completo.

Grazie e Buona lettura.

L’investigatore privato autorizzato e il segreto professionale
- Dott.ssa Valeria Salvadori -


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5. L’attività dell’investigatore.

L’apporto dell’investigatore si sostanzia in iniziative personali, valutazioni e suggerimenti.

Le attività che può compiere possono essere catalogate in due tipologie sulla base di una loro eventuale disciplina legislativa: si parla a tal fine di atti tipici e atti atipici.

Gli atti tipici esperibili dagli investigatori privati sono costituiti dal colloquio non documentato con persone informate sui fatti ( art. 391-bis comma 1 c.p.p. ) e dall’accesso ai luoghi ( art. 391-sexies c.p.p. ).

Si ritiene essere loro riconosciuta la possibilità di svolgere altri tipi di attività, non direttamente contemplati e disciplinati dalla legge, e per questo detti atipici. Tra queste attività possiamo senz’altro annoverare i pedinamenti, gli appostamenti, le riprese fotografiche e cinematografiche, l’acquisizione di notizie e documenti di libero accesso a chiunque, ad esempio presso Camere di Commercio, Conservatorie dei registri immobiliari, pubblico registro automobilistico, studi notarili, ecc.

Risulta, invece, loro inibito ricevere dichiarazioni scritte o raccogliere informazioni da documentare ai sensi dell’art. 391-ter c.p.p., poiché, come si vedrà nel capitolo successivo, tali attività sono riservate esclusivamente al difensore ed al suo sostituto, per lo “scopo di conferire loro i crismi di una maggiore attendibilità” [13].

Il contenuto delle informazioni raccolte nel conferire con i soggetti informati sui fatti, se pure non è trascrivibile in un verbale formale, può comunque costituire oggetto di annotazioni scritte ed anche di registrazioni magnetofoniche, consentite allorquando siano opera di persone presenti.

Stabilita l’assoluta liceità di tali registrazioni e delle relative trascrizioni, parte della dottrina ritiene che “alla loro acquisizione agli atti come prova documentale osti il divieto di documentazione previsto per gli investigatori privati dagli artt. 391-bis commi 1 e 2 e 391-ter: le informazioni così assunte potranno dunque essere utilizzate, al pari delle annotazioni, come supporto alla memoria non solo per fini meramente interni, ma pure in occasione di una eventuale testimonianza, non valendo per questi soggetti l’incompatibilità a deporre stabilità dall’art. 197 lett. d) c.p.p.” [14].

Come si può ben capire, i margini di autonomia, con cui si muove l’investigatore privato, potranno essere più o meno ampi, a seconda della quantità e qualità dei dati di partenza, del suo grado di competenza e professionalità, nonché del suo “affiatamento” con il difensore committente.

In ogni caso, l’azione dell’investigatore privato non dovrà essere difforme da quella richiesta dal difensore, il quale, come già detto, ha la responsabilità del mandato difensivo e della direzione delle investigazioni in favore del proprio assistito.

Quindi l’avvocato dovrà scrupolosamente cautelarsi di fronte all’eventualità di dover rispondere, per l’operato dell’investigatore, a titolo di culpa in eligendo o di culpa in vigilando. La dottrina a tal proposito ha suggerito al difensore di provvedere ad una sottoscrizione di una polizza assicurativa per rischi professionali che preveda, con apposita clausola, anche la copertura per l’attività investigativa delegata all’investigatore privato [15].

Per consentire al difensore di essere informato costantemente sull’operato del suo investigatore privato, la dottrina consiglia che quest’ultimo provveda a redigere una c.d. “nota relazionale”, su cui annoti tutte le operazioni e le fasi attraverso cui svolge l’attività investigativa: dovrà, quindi, descrivere in maniera circostanziata l’attività svolta e i risultati ottenuti, in modo da permettere un controllo, anche se ex post, sull’attività compiuta, così da consentire al difensore di studiare nuove ed ulteriori iniziative di indagine.

Parlando, adesso, della disciplina tipica, nello specifico, dell’attività dell’investigatore privato, si può notare che il nostro ordinamento dà una regolamentazione negativa: infatti non prevede espressamente tutte la attività che esso può compiere e come le può compiere, come sopra detto, ma al contrario fissa i confini leciti di tali attività, attraverso la previsione di comportamenti ritenuti illeciti, spesso sotto il profilo penalistico.

Innanzitutto sono limiti assoluti per l’attività investigativa le libertà e i diritti costituzionalmente garantiti, il quali, come sappiamo, possono subire delle limitazioni solo in ipotesi eccezionali previste dalla stessa Costituzione “ per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge” ex art. 13 Cost. Il codice prescrive che solo il giudice, in quanto organo terzo ed imparziale, può disporre la limitazione del diritto costituzionalmente garantito e non il pubblico ministero.

Costituiscono un limite concreto all’attività investigativa anche alcune norme del codice penale, quali l’art. 494 c.p. relativo alla sostituzione di persona, l’art. 614 c.p. sulla violazione di domicilio, l’art. 615-bis c.p. sulle interferenze illecite nella vita privata, l’art. 615-ter c.p. circa l’accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, gli artt. 616-623-bis c.p. sui delitti contro la inviolabilità dei segreti, l’art. 660 c.p. sulla molestia o il disturbo alle persone.

Per completezza, si ricorda che molte di queste norme penali puniscono la violazione commessa da “chiunque”, prevedendo come aggravante l’ipotesi in cui a commetterle sia “ chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato”; la conseguenza sarà un aggravio di pena e il venir meno della condizione di procedibilità a querela del reato, che diviene, così, procedibile d’ufficio.

Sotto altro profilo, si ricorda che gli investigatori sono destinatari della nuova fattispecie criminosa introdotta dall’art. 379-bis c.p.p., in tema di rivelazione di segreti inerenti a un procedimento penale appresi per aver partecipato o assistito a un atto del procedimento stesso.




6. L’esame dell’investigatore privato.

L’investigatore privato può essere sentito nel contraddittorio tra le parti in merito alla attività svolta in sede di investigazioni difensive. In relazione alle informazioni assunte ai sensi dell’art. 391-bis comma 1 c.p.p., la legge 1° marzo 2001, n. 63, in tema di giusto processo e prove penali, ha previsto l’incompatibilità a testimoniare per i difensore ma non anche per l’investigatore privato, salva l’ipotesi in cui esso abbia provveduto a verbalizzare le dichiarazioni rese dalla persona informata sui fatti, ai sensi dell’art. 197 comma 1 lett. d) c.p.p.

Secondo parte della dottrina, l’investigatore può essere sentito in qualità di testimone indiretto sulle notizie raccolte durante il colloquio non documentato, nei limiti dell’art. 195 c.p.p. [16]. Secondo la disciplina della testimonianza de relato ex art. 195 c.p.p., le dichiarazioni ottenute in sede di investigazioni difensive verrebbero introdotte nel processo in maniera diversa da quanto previsto per la polizia giudiziaria. Infatti, gli art. 351 e 357 comma 2 lett. a) c.p.p. obbligano la polizia giudiziaria a verbalizzare le dichiarazioni ricevute. I verbali, al loro volta, sono sottoposti alle regole generali in materia di contestazioni e di letture. Ne discende che, ove fosse ammessa la testimonianza indiretta sulle informazioni acquisite si aggirerebbero le norme sulle letture e contestazioni.

Resta da chiarire se, sul piano soggettivo, esistano delle differenze tra la posizione processuale del testimone e quella dell’investigatore, e quindi quale disciplina applicare durante l’esame incrociato.

La dottrina ha evidenziato come esistano delle differenze tra il testimone e l’investigatore privato: il primo rappresenta fatta da lui conosciuti o percepiti per caso, mentre il secondo viene a conoscenza di fatti nell’espletamento di un incarico professionale [17].

Da quanto detto deriva che, l’investigatore, nel corso delle investigazioni difensive, non è un terzo che percepisce delle dichiarazioni provenienti da altre persone per caso, egli è un ausiliario della difesa che agisce sulla base di un incarico professionale, nell’interesse esclusivo della parte privata.

La dottrina ha osservato come si configuri una incompatibilità per l’investigatore con l’ufficio di testimone per ciò che riguarda gli atti compiuti in sede di investigazioni difensive [18]. La soluzione proposta, in assenza di una specifica disciplina, è che l’esame dibattimentale dell’investigatore potrebbe essere fatto alla stregua di quello previsto per il consulente tecnico. Infatti, come loro l’investigatore è un soggetto facente parte dello staff dell’ufficio difensivo; egli è un ausiliario del difensore che, quando procede ad assumere informazioni ex art. 391-bis comma 1 c.p.p., agisce sulla base di un incarico professionale, impiegando esperienza, professionalità e competenze specialistiche proprie della sua professione. Quindi nel momento in cui viene escusso in dibattimento egli esprime direttamente delle valutazioni sugli esiti delle investigazioni difensive, rimando così un soggetto di parte che prospetta al giudice gli argomenti a favore della difesa.

A questo punto della trattazione bisogna tenere presente che l’investigatore privato può eccepire, durante l’esame incrociato, il segreto professionale ai sensi dell’art. 200 comma 1 lett. b) c.p.p., su quanto egli ha conosciuto per ragione della sua professione.





7. Il segreto professionale.

7.1. La nozione e l’oggetto del segreto.

Preliminarmente mi sembra opportuno chiarire il concetto di segreto. Per segreto si intende uno stato di fatto, cioè un rapporto tutelato dal diritto in forza del quale una notizia relativa a determinati fatti o cose deve essere conosciuta solo da una persona o da una ristretta cerchia di persone, autorizzate alla conoscenza. Da tenere presente che la sola mancata conoscenza di un fatto non vale di per se a rendere segreta quella notizia.

La dottrina si è chiesta se il segreto vada inteso in senso soggettivo oppure in senso oggettivo. La dottrina maggioritaria propende per la nozione oggettiva del segreto [19]. Questo orientamento trova conferma nell’art. 622 c.p. che punisce la rivelazione o utilizzazione indebita di notizie segrete, nel caso in cui ciò crei nocumento alla persona interessata: fondamento della tutela penale sarebbe proprio la considerazione del nocumento, attuale o potenziale, che può derivare ai singoli dalla rivelazione.

Per quanto riguarda l’oggetto del segreto, occorre rilevare la stretta connessione esistente tra la norma di procedurale (art. 200 c.p.p.) e la norma sostanziale (art. 622 c.p.). Da un lato c’è la necessità di punire la violazione, dall’altro la necessità di coerenza dell’ordinamento giuridico attraverso un delicato equilibrio tra esigenze contrapposte che si fanno sentire nel momento in cui si tratta di tutelare il segreto nel processo.

L’art. 200 c.p.p. individua l’oggetto del segreto a quanto appreso in ragione della propria professione, ufficio o ministero. Questa previsione sembra coincidere con quanto disposto dall’art. 622 c.p., che si riferisce a chi ha notizia di un segreto per ragione del proprio stato o ufficio o della propria professione o arte.

Occorre il necessario nesso di causalità tra la qualifica o l’attività del soggetto e la conoscenza del segreto. Significa che il segreto, anche se limitato a quanto comunicato in via confidenziale, si estende ad ogni ulteriore conoscenza comunque appresa a causa o nell’esercizio della professione, restando estraneo unicamente quanto conosciuto in occasione dello svolgimento della prestazione professionale mancando ogni attinenza con quest’ultima.



7.2. I limiti alla tutela del segreto professionale.

L’art. 200 c.p.p prevede per i soggetti menzionati una facoltà, e non un obbligo, di astenersi dal deporre. La scelta tra il rispetto del segreto professionale e il dovere di contribuire all’amministrazione della giustizia, è rimessa alla coscienza ed al prudente apprezzamento del professionista. Solo a quest’ultimo spetta la scelta se avvalersi o meno della facoltà suddetta, magari anche con il solo riferimento a singole domande, dovendo comunque egli ben sapere se ed entro quali limiti la sua testimonianza sarà compatibile col dovere del segreto professionale.

Questa possibilità di scelta è in linea con la norma penale incriminatrice: il reato si configura esclusivamente se la rivelazione avviene senza giusta causa e se dal fatto può derivare nocumento. In assenza di tali elementi il professionista potrà-dovrà rinunciare alla facoltà di astenersi dal deporre, senza che ciò possa comportare alcuna responsabilità penale. Anche da questo aspetto emerge lo stretto rapporto tra l’art. 200 c.p.p. e l’art. 622 c.p.




7.3. La tutela del segreto professionale.

L’art. 200 c.p.p. detta la disciplina dei limiti alla testimonianza riguardanti il segreto professionale. Il segreto professionale è uno dei diversi tipi di segreto che possono essere eccepiti durante un procedimento penale[20]. La disciplina del segreto è frutto di un bilanciamento di interesse operato dal legislatore. Si è dato prevalenza all’interesse alla difesa nel processo (art. 24 Cost.) rispetto all’interesse della giustizia all’accertamento della verità.

Il segreto professionale non è stato previsto dal legislatore come un divieto di rendere testimonianza su talune informazioni acquisite “per ragione del proprio ufficio”, ma come una facoltà di astensione, lasciando così al testimone facoltà di scelta. Con questa disciplina il legislatore ha risolto il conflitto tra l’obbligo generale di testimoniare ex art. 198 c.p.p. ed il dovere di non rivelare il segreto professionale, entrambi penalmente sanzionati [21].

La ratio perseguita è quella di tutelare la libertà e la sicurezza dei rapporti professionali. Sulla base della considerazione della necessità o quasi necessità per tutti i cittadini, di avvalersi dell’opera di professionisti, è stato affermato che “l’interesse a garantire le condizioni indispensabili per assicurare la libertà e la sicurezza dei singoli rapporti professionali costituisce un interesse pubblico” [22]. Quindi, occorre garantire la fiducia e l’affidamento nella riservatezza del professionista cui il singolo si rivolge.



7.4. Il segreto professionale e gli investigatori privati autorizzati.

La possibilità di eccepire il segreto professionale, per una tutela efficace del diritto di difesa, era già riconosciuta all’investigatore privato autorizzato dall’art. 222 comma 4 disp. coord. c.p.p., che, nella sua originaria formulazione, estendeva allo stesso la tutela del segreto professionale, già prevista per il consulente tecnico dall’art. 200 comma 1 lett. b) c.p.p.; per la precisione si affermava che “Ai fini di quanto previsto dall’art. 200 del codice, l’investigatore autorizzato è equiparato al consulente tecnico”.

Con l’art. 4 della legge n. 397 del 2000 è stato modificato l’art. 200 comma 1 lett. b) c.p.p. in cui è stato annoverato anche l’investigatore autorizzato tra le categorie di soggetti abilitati ad opporre il segreto professionale “ su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, ufficio o professione” [23].

Viene estesa la disciplina del segreto professionale nell’ambito dei soggetti che svolgono l’attività forense, agli investigatori privati autorizzati che vanno così ad affiancarsi agli avvocati, ai consulenti tecnici, ai praticanti avvocati ed ai notai. Si completa in tal modo, sotto il profilo delle garanzie di libertà a tutela della funzione difensiva, l’omogeneità di disciplina tra il difensore ed i suoi ausiliari.

Una mancata equiparazione di garanzie sarebbe stata manifestamente irrazionale, soprattutto a seguito del riconoscimento della piena soggettività processuale all’investigatore privato autorizzato. Infatti, in precedenza alla legge n. 397 del 2000, per gli investigatori privati nessuna disposizione di legge garantiva loro la tutela del segreto professionale.

L’investigatore privato autorizzato può opporre lo stesso segreto professionale alla richiesta di esibizione e al sequestro di atti, documenti o cose esistenti presso di essi ( art. 256 commi 1 e 2 c.p.p.) [24].

Agli investigatori privati autorizzati non si applica l’inciso di cui al comma 1 dell’art. 200 c.p.p., che esclude l’efficacia del segreto professionale nei casi in cui si ha l’obbligo di riferire all’autorità giudiziaria, in quanto la sua operatività è preclusa espressamente dall’art. 334-bis c.p.p., con cui si escludono i soggetti dell’ufficio difensivo dall’obbligo di denuncia dei reati di cui sono venuti a conoscenza nell’ambito dell’attività di investigazione difensiva svolta.

Ai sensi del comma 2 dell’art. 200 c.p.p., se il giudice dubita sulla fondatezza dell’opposizione del segreto per il mero scopo di esimersi dal deporre come testimone, può far procedere agli accertamenti necessari, e, in caso risulti infondata, ordina che il testimone deponga.

Il segreto professionale, compreso quello dei consulenti tecnici e degli investigatori privati autorizzati, è tutelato anche rispetto alla testimonianza de relato: l’art. 195 comma 6 c.p.p. stabilisce che i testimoni non possono essere esaminati su fatti comunque appresi dalle persone indicate nell’art. 200 c.p.p. in relazione alle circostanze in esso previste, salvo che le predette persone abbiano deposto sugli stessi fatti o li abbiano in altro modo divulgati.

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L’investigatore privato autorizzato e il segreto professionale.

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