La grande crisi dell'intelligence
Pubblicazione del 15/08/2006
Intendo per crisi dell'intelligence i vari fatti indagati dalla magistratura in ordine all'intero sistema dell'informazione relativa alla sicurezza. E' una crisi di intelligence e una crisi del sistema dell'intelligence, visto che sono coinvolte le strutture più significative, pubbliche e private, centrali e periferiche. Il riferimento è al Sismi, a Telecom, al Cnag, allo Stag, fino al Laziogate, ai traffici bergamaschi di tabulati Telecom, e così via. Gli aspetti nazionali sono strettamente legati a quelli internazionali e a vicende oscure della storia nazionale ed internazionale. Vicende oscure, ma non completamente. Si pensi all'inchiesta di Craig Hunter, su Vanity Fair, a proposito del Nigergate; oppure si pensi all'inchiesta del Los Angeles Times intorno alla celeberrima missione della Cia a Milano nel caso Abu Omar; oppure si pensi al misterioso "ufficio di coordinamento" di via Notabartolo a Palermo. Su aspetti fondamentali di questa specifica crisi italiana si contano almeno tre verità, separate e distinte.
Sabato 15 giugno 2006: il capo del Sismi, generale Nicolò Pollari, nel corso dell'interrogatorio svoltosi presso la Procura della Repubblica di Milano, ha dichiarato che aveva informato il Governo, con una lettera personale al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega al Servizi segreti, Gianni Letta, manifestando il suo dissenso relativamente all’operazione promossa dalla Cia per la vicenda Abu Omar. Con un colpo di scena, venuto alla luce il 2 agosto 2006, il governo Prodi, rispondendo ad una domanda della Procura di Milano, ha ammesso che effettivamente esiste una documentazione coperta dal segreto di Stato e connessa al caso Abu Omar. E’ stata una vittoria della linea difensiva del generale Pollari, che fra l’altro aveva sottolineato con una nota dei suoi legali, una forte preoccupazione “per una campagna stampa che non esita a pubblicare frammenti di atti gravemente diffamatori per il servizio”.
Si legge nell'articolo di Eugenio Scalfari pubblicato su La Repubblica domenica 9 Luglio 2006: "L'aspetto più grave, inedito e inaudito, riguarda lo spionaggio illegale ai danni di alcuni giornalisti, l'ingaggio di altri, la compiacenza di molti. Questi fatti configurano un attentato vero e proprio contro la libertà di stampa da parte di un servizio preposto alla sicurezza dello Stato. Chiama pertanto in causa direttamente il governo, il Parlamento e lo stesso Presidente della Repubblica in quanto organi chiamati a tutelare i diritti garantiti dalla Costituzione. Non c'è lavoro sporco che possa essere invocato a giustificazione dei reati contro la Costituzione, occorre che l'accertamento sia rigoroso e la sanzione inflessibile. … Parliamo dell’insicurezza diffusa dal servizio di sicurezza. Dei suoi agenti “paralleli”. Della sua vocazione alla slealtà istituzionale. Dal generale De Lorenzo alla affiliazione alla P2 dei suoi massimi esponenti al tempo del sequestro Moro. Della strategia della tensione. Del depistaggio sistematico ai tempi dello stragismo. Di questo parliamo sperando che sia l’ultima volta. Perché tutti ormai siamo stanchi di parlarne e perché un paese serio deve poter contare su servizi di sicurezza seri e non su grotteschi pagliacci, buoni per tutte le stagioni e per tutti i padroni salvo che per l’interesse dello Stato…il governo attuale, deve risolvere un altro più semplice ma per certi aspetti più grave problema:il Sismi ha messo sotto spionaggio illegale alcuni giornalisti, altri ne ha assoldati per depistare e intralciare l'esercizio della giurisdizione, ha diffuso disinformazione in modo sistematico su temi delicatissimi elencati nei giorni scorsi dal nostro giornale con dovizia di particolari, di documenti, di date".
Tra queste due verità contrapposte, preferiamo quella della magistratura, come ad esempio quella che risulta dall’ordinanza del giudice milanese Enrico Manzi: è una lettura assai istruttiva ed inquietante, anticipazione di quella verità processuale che sarà definitiva in merito a molti dei fatti trattati. Ricordando quanto è accaduto contemporaneamente in Francia (caso Erich Schimdt-Eenboom) e in Francia (caso Gegorin), si può consentire con la conclusione brillante e precisa di Ferruccio De Bortoli a proposito degli scandali economici e finanziari in vari paesi occidentali, ma con una validità di carattere generale ben più ampia: non è vero che avvengano soltanto in Italia certi episodi, ma in Italia gli anticorpi sono più deboli e i tempi sono più lunghi, rispetto ad altri Paesi occidentali.
Ha ragione de Bortoli, ma con un'aggiunta: a volte in Italia gli interventi sono stati più significativi ed incisivi che in altri Paesi. La mafia e le altre forme di criminalità organizzata sono state combattute in Italia, con più determinazione e più risultati che in altri Paesi. Le emergenze di carattere internazionale non consentono che continui quella debolezza e quella lentezza che effettivamente esistono, ma non sempre ed irrimediabilmente.

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